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Nella nostra cultura quando una bambina nasce, per lei è già pronto e confezionato da secoli, un progetto, ma non è così: infatti, dietro questo progetto, per la futura donna non sono previsti né la difesa dei propri confini, né la possibilità di dare valore ai propri desideri. I desideri della bambina che non rientrano nel progetto, rimangono uno dopo l’altro senza risposta, anzi vengono spesso definiti "pretese". La bambina così, non solo li accantona e poi li rimuove, ma si sente anche in colpa per averli pretesi. Correre sul filo del rispetto della bambina e dei suoi desideri, mantenendo fermi nel contempo il contenimento e il ruolo genitoriale, è una delle cose più difficili per le madri
Quando nasce una bambina con handicap, il suo percorso è ancora più strettamente legato alla figura materna, ma ha delle sue specificità: spesso viene meno il progetto predesignato e i comportamenti materni divengono spesso ambigui, poiché, apparentemente, tutti i desideri della bambina vengono esauditi perché considerati non sono "rischiosi". Anzi spesso la madre tende a prevenire le richieste e a non porre mai divieti.
Questo atteggiamento innaturale colloca la madre e la figlia in un gioco insano, privo di aggressività.
L’ambiguità si trasforma in divieto drastico quando viene affrontato un tabù di fondo dell’handicap: la sessualità. Una relazione sessuale per la bambina handicappata è un no a priori, non un "dopo". Neanche il linguaggio materno la nomina perché non esiste. Allora il corpo materno che vive la sessualità e che genera, diventa un corpo in cui non ci si può riconoscere, e l’identità di genere diventa difficile.
Questo scompiglio, questa incertezza sono le caratteristiche di molte donne, nelle quali tanti fattori, tra cui la rimozione dei veri desideri, hanno determinato la svalorizzazione di se. Forse una via di uscita potrebbe essere cambiare "il progetto", crearne un altro che non tenga conto della definizione e legittimazione dell’altro.
Un progetto che si basa sulla valorizzazione dei desideri, sulla costruzione quindi di un’identità ben definita e sulla presenza, nell’orizzonte femminile, di passioni personali inattaccabili dalla presenza o meno del patner, penso sia la via d’uscita comune per tutte le donne con handicap o meno. E forse, se si lavorasse in questo senso, anche l’espressione e il compimento del desiderio sessuale, potrebbero diventare meno difficili.
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